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Quello tra Parma e Sampdoria è uno dei gemellaggi più saldi e datati del panorama ultras italiano. 25 anni di fraterna amicizia ma, nell’epoca della tessera del tifoso, succede anche che qualcuno definisca la partita tra emiliani e blucerchiati un match a rischio. Da questa assurdità è scaturito il divieto di accesso al Tardini per i residenti in Liguria.

I doriani pagano evidentemente per le civili critiche espresse in comunicati e\o striscioni, nei confronti di tessera, casms e ministro Maroni. Critiche che si sono inasprite ulteriormente dopo la vicenda di Italia-Serbia e che hanno avuto il culmine con la coreografia sarcastica esposta in occasione di Sampdoria-Fiorentina.

Tornando alla partita di ieri sera ci affidiamo ai Boys Parma per un  resoconto:

L’amicizia oltre il divieto. La nostra serata…

Non abbiamo ancora letto niente, non ci siamo ancora fatti la nostra “rassegna stampa”, ma già immaginiamo notizie e commenti, ci son bastate quelle uscite subito ieri in serata.

La più fantasiosa parlava di scontri, di “ultras sampdoriani infiltrati che avrebbero provato a sfondare in Curva Nord poiché sprovvisti di biglietto”. Ma di cosa ci stupiamo? La serata era stata impostata a tavolino così: divieti, militarizzazione dello stadio, rinforzi da Bologna, media, condanne. Tutto già visto, tutto già scritto.

Ultras di Parma e Samp, insieme, fuori dal Tardini

E dire che di scontri non ce ne sono stati, se non qualche manganellata regalata da qualche plotone (guidati direttamente dal Questore Gallo) all’ingresso, manganellate a gente normale, alle spalle, a ragazze. Anche qui: niente di nuovo.

Gli Ultras Sampdoriani ai cancelli della Nord non sono mai arrivati, nonostante 200 e passa biglietti di Nord in mano, forse, visto che molta gente ha portato come avevamo proposto anche i colori blucerchiati, qualcuno sarà caduto dalla nuvole. Si, diciamo così. Ma inevitabilmente se a cinque minuti dall’inizio, in una partita infrasettimanale quando la gente lavora e arriva all’ultimo, i controlli sono lenti, i cancelli vengono chiusi ogni 5 persone, e gli steward fanno gli arroganti, ecco, inevitabilmente la tensione si viene a creare. Ma se escludiamo qualche “tira e molla”, anche qui, non è successo nulla di grave.

Siamo entrati e abbiamo avuto subito una brutta sorpresa: un bagno seriamente danneggiato in Nord. Brutta sorpresa perché sapevamo e sappiamo già che verremo accusati noi, i Boys, sempre e comunque, di aver rotto i bagni. Anche se non è vero, anche se lo riteniamo un gesto inutile, inutile vandalismo fine a se stesso, la colpa dev’essere sempre dell’Ultras. E così sia, nei secoli dei secoli…

Siamo entrati solo ed esclusivamente per esporre gli striscioni che avevamo preparato, per poi uscire e raggiungere gli Ultras del Doria, i quali nonostante muniti di 200 biglietti in Nord (per questo i giorni prima avevamo deciso di entrare) hanno deciso, dopo minacce di arresto e botte da parte delle Forze dell’Ordine, di evitare tensioni a Parma, rimanendo in un bar in zona.

Abbiamo esposto uno striscione per ricordare il Como (“Il tuo saluto un onore, il tuo rispetto un esempio, ciao Como vecchio leone”), uno per Gabriele Sandri (“11/11/07-11/11/10 Gli Ultras non dimenticano, Gabriele vive”) nel terzo anniversario della sua morte, e uno per il Ministro Maroni, ponendo interrogativi sull’inutile scelta di vietare una partita dove le tifoserie sono gemellate da 20 anni: “Maroni si guardi nella coscienza, distingua l’amicizia dalla violenza!”.

Dopodiché abbiamo spiegato le nostre ragioni e senza obbligare nessuno siamo usciti dal Tardini, in 200 circa, per unirci a più numerosi tifosi e Ultras della Samp. Insieme abbiamo improvvisato un corteo intorno allo stadio, pacifico, evitando alcuna tensione ma solamente scandendo i nostri slogan, tutti dietro lo striscione firmato UTC: “11-11-2007 Per non dimenticare, Gabriele Sandri vive”.

Finita la partita siamo rimasti qualche minuto ancora davanti allo stadio, prima di banchettare e brindare tutti insieme: da amici!

La decisione di vietare la trasferta è sicuramente stata presa dall’alto, per ripicca, vendetta, abbiamo già spiegato i motivi, ma il rappresentante dello Stato a Parma, cioè il Prefetto Viana ha avuto l’ultima parola.

La decisione del Prefetto di Parma

Visto che di questo Stato noi siamo cittadini, sarebbe gradito che allora il Prefetto ci spiegasse, dettagliatamente, quali erano le “possibili criticità per la tenuta dell’ordine pubblico” fra due tifoserie gemellate da 20 anni. Siamo pazienti, aspettiamo una risposta.

Concludiamo ringraziando chi ci ha seguito fuori e chi ha portato i colori del Doria in Nord. A malincuore non abbiamo potuto sostenere la squadra, tornata alla vittoria, lo faremo a Bari, ma per noi l’amicizia è più forte di qualsiasi divieto.

Dalla parte del tifo,

BOYS PARMA 1977

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Tessera del tifoso osteggiata dai tifosi, inutile e perfino pericolosa.

Avremmo potuto raccontare ancora una volta di privacy a rischio, violazioni costituzionali o diritti negati. Cose forse troppo intangibili per non essere sacrificate in nome della dea Sicurezza. Abbiamo, invece, per una volta  spostato l’attenzione sulle cose concrete: sui soldi, quelli che noi tutti guadagnamo a fatica e decidiamo di spendere per una passione.

La domanda che ci poniamo è: chi ci guadagna con questa maledetta tessera?

Dicono che sarà uno strumento di fidelizzazione dei tifosi. E quindi dovrebbero guadagnarci le società. Ma sappiamo bene che il tifoso di calcio, per definizione,  è fedele. Le società quindi non ne ricaveranno nulla, motivo per cui molte di esse non hanno mai nascosto lo scetticismo riguardo al progetto.

Saranno forse i tifosi a trarne vantaggio, tramite raccolte punti simili a quelle dei distributori di carburante o dei supermercati? Difficile pensarlo, forse arriverà qualche gadget ma calcolando costi di emissione e gestione, forse neanche per loro si profilerà una convenienza ad avere questa strana specie di carta di credito in tasca.

Ecco, ci siamo! Carta di credito = banche. Altro che fidelity card o documento di identità!

La tessera del tifoso è una carta di credito e le banche  saranno gli unici soggetti a guadagnare, e tanto, dal fatto che sarà obbilgatoria per accedere ai settori ospiti degli stadi italiani.

Facciamo due conti. Ogni tessera avrà un costo di rilascio pari a dieci euro, proprio come una carta di credito ricaricabile con tanto di codice IBAN – International Bank Account Number .

Il tifoso dunque sarà costretto compiere operazioni bancarie per l’acquisto dei biglietti delle partite  con inevitabili commissioni.

Ovviamente per incentivarne l’uso  saranno previsti sconti sul merchandaising,  agevolazioni riguardanti la priorità di acquisto e di prelazione dei biglietti ecc…

Non siamo noi a ipotizzarlo. Nel sito dell’Osservatorio Nazionale delle Manifestazioni Sportive, si specifica chiaramente che per i possessori di tessera “E’ favorita la concessione di facilitazioni, privilegi e/o benefici da parte delle società (accumulo di punti, diritto di prelazione per l’acquisto di biglietti, convenzioni con altre società private come Ferrovie dello Stato, Autogrill, sponsor, ecc.).

A buttarsi subito nella fantastica avventura della tessera la Lega Pro  la cara vecchia serie C, sul cui sito si  legge che “Ottenere una carta di pagamento ricaricabile Visa con un proprio IBAN (…) consente di  (…) trasferire in real time denaro da una carta all’altra (card to card) (…) Maggiori servizi e benefici concreti:  premi, merchandising, biglietti, convenzioni (…) La tessera rappresenta un borsellino elettronico che consente di fare operazioni di varia natura, acquisti online, prelevare contanti, trasferire denaro, ricaricare il telefonino”.

Che bello! Centinaia di migliaia di movimenti bancari e denaro depositato su questi borsellini elettronici, a cui non è riconosciuto un centesimo di interesse attivo. Sia chiaro, questa massa di soldi depositata sotto questi mattoncini virtuali non frutta nulla al risparmiatore ma non alle banche, che potranno disporre di soldi contanti e freschi per altre operazioni a scopo di lucro.

Inoltre, sempre le banche, potranno gestire al meglio i dati di potenziali clienti a cui potranno offrire ogni genere di servizio (conti correnti, fondi di investimento ecc.) perchè la speculazione non si ferma mai!

Trai tifosi della tessera del tifoso, oltre al ministro dell’interno Maroni, il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio,  Giancarlo Abete. Piccola nota di gossip: il fratello di Giancarlo Abete si chiama Luigi ed è vicepresidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e presidente della BNL (Banca Nazionale del Lavoro).

Quella della tessera del tifoso sembra una storia uscita da un romanzo, scritto a quattro mani da Orwell ed Ezra Pound, in cui si celebrano le nozze tra controllo sociale e speculazione!

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Tutti sanno che io sono un fazioso tifoso juventino, probabilmente, se chiedessi un biglietto alla società, mi farebbero assistere all’incontro in quanto ministro. Ma a parte il fatto che finirei su tutti i giornali il giorno dopo, tutti gli altri tifosi juventini non avrebbero comunque accesso allo stadio. E come si spiega questa discriminazione? “

A parlare è il ministro dei trasporti Altero Matteoli intervenuto su Radio 1 per criticare le restrizioni poste alla vendita dei tagliandi  di Inter-Juventus, in programma venerdì. Restrizioni che di fatto consentono l’ingresso a San Siro ai soli abbonati nerazzurri.

La diatriba radiofonica ha visto trai protagonisti anche altri due membri del governo: Maroni (ministro dell’interno e quindi direttamente chiamato in causa) e Larussa (difesa).

Quest’ultimo, in sintonia con la sua fede calcistica, chiedeva al collega se fosse possibile

consentire l’ingresso anche a tutti gli iscritti agli Inter club”

Ma se Larussa “fa il tifoso” occupandosi solo di Inter-Juve, Matteoli invece ne fa una questione di principio e tuona:

“È assurdo ! Chi commette un reato merita di essere punito severamente ma non si può prevenire un reato abolendo il reato. Se vogliamo inasprire le pene ben venga, ma non è possibile proibire ai tifosi di andare allo stadio. Viene meno uno degli spettacoli più belli”

Musica per le nostre orecchie!


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Un vecchio motto, caro al movimento Ultras, recitava “Oggi agli Ultrà, domani in tutta la città”.

Con questo slogan si denunciava il fatto che la repressione rivolta ai tifosi più turbolenti, potesse rappresentare un precedente pericoloso. Un modello che applicato in altri ambiti, come quello politico,  avrebbe minato seriamente la libertà di espressione.

A quanto pare, quel “domani” sta per arrivare.

Da Repubblica.it

Giovedì il Consiglio dei ministri esaminerà nuove, più rigide norme sulle manifestazioni e su internet. Lo ha annunciato il ministro degli Interni Roberto Maroni, parlando di “misure più adeguate e urgenti” per cui è ipotizzabile che il governo agisca per decreto. Il titolare del Viminale ha anche fatto sapere che l’esecutivo sta valutando la possibilità di estendere alle dimostrazioni pubbliche le norme contro la violenza negli stadi.

“Sono misure che stiamo valutando – ha detto Maroni in Transatlantico – per garantire ai cittadini e a chi ha compiti istituzionali di poter svolgere tranquillamente la propria azione”. Ma il ministro non è sceso nei particolari: “Ho detto che sono allo studio misure ma non ho intenzione di dire quali: lo dirò prima al Consiglio dei Ministri, essendo misure delicate, che riguardano terreni delicati come la libertà di espressione sul web e quella di manifestazione, ancorchè in luoghi aperti, pubblici”. Secondo Maroni è in ogni caso necessario “trovare un equilibrio tra la libertà di manifestazione del proprio pensiero in campagna elettorale e quella di manifestare la propria critica. Tutte queste sono norme che stiamo valutando, per vedere se servono e cosa serve alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni”.

In precedenza, in un intervento alla Camera, Maroni aveva fatto riferimento alla polemica nata per la rpesenza in rete di siti inneggiati all’aggressore di Berlusconi: “Valuteremo soluzioni idonee da presentare al prossimo consiglio dei ministri” per consentire “l’oscuramento dei siti che diffondono messaggi di vera e propria istigazione a delinquere”. E aveva aggiunto: “Nel rispetto di chi usa i social network con finalità pacifiche, il governo sta facendo approfondimenti tecnici per una legislazione per contrastare in modo più efficace episodi di violenza nelle manifestazioni pubbliche” nel rispetto delle norme vigenti e sulla “falsariga” di quelle adottate per prevenire la violenza negli stadi”. Maroni ha detto di “accogliere l’invito del presidente della repubblica, giorgio napolitano, perchè si fermi la pericolosa esasperazione della polemica politica e si torni a un civile confronto tra le parti”.

Ma Maroni, a quanto pare, non si è inventato nulla. Anche in questo campo aleggia il fantasma di un “modello inglese”. L’equivalente politico del Daspo (divieto di assistere a manifestazioni sportive) si chiama Asbo (Anti-Social Behaviour Orde).

Da oggi gli Ultras si sentiranno meno soli e incompresi.

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Il nome di Anthony Weatherhill, inventore della tessera del tifoso, non vi sarà nuovo. Abbiamo infatti già parlato di lui e di come la tessera del Viminale sia una degenerazione di quella che aveva ideato questo imprenditore angloitaliano. Sir Weatherhill ha nel frattempo fatto scattare azioni legali per tutelare il marchio “Tessera del tifoso” da lui depositato. Riportiamo un’interessante intervista apparsa su Toro News:

D. Cosa vuol dire essere stato l’inventore della Carta del Tifoso, così imitata e così discussa in queste ultime settimane?

R. Per me è stato come vivere una grande avventura, in cui ho scoperto delle cose che prima immaginavo solamente. Come la grande passione per il calcio, che ancora continua ad animare i tifosi di tutta l’Italia. Non solo i tifosi dei grandi club di serie A o serie B, ma anche quelli della I e II Divisione. E persino quelli dei club dilettantistici. Tutti hanno una grande voglia di partecipazione, di dire la loro sul nostro amato gioco del calcio. Dovunque andavo a presentare l’idea della Carta del Tifoso, trovavo entusiasmo e desiderio di sentirsi uniti sotto la “Dea Eupalla”, come la chiamava il grande e compianto Gianni Brera.

D. La cosa più importante che ha ricavato da questi incontri?

R. Ho pensato che il governo del calcio, il cosiddetto “Palazzo”, poco veramente sa della vita e del retroterra culturale e filosofico dei tifosi.

D. Cioè?

Mi spiego meglio. Anche se per farlo dovrò essere per forza un po’ polemico(cosa che in genere detesto). Io comprendo benissimo le ragioni che hanno portato il ministro Maroni e le forze di polizia, a pensare di utilizzare una tessera per l’ingresso negli stadi. La sicurezza e la salvaguardia dell’incolumità dei tifosi è una cosa importante. Ovvio come le forze di polizia e il ministro Maroni non hanno, e non sono obbligati ad avere, una conoscenza del mondo del tifo organizzato e non. Non è compito loro avere un contatto diretto con le esigenze dei tifosi. Non sono loro a doverle interpretare. Per questo scopo dovrebbe esserci la FGCI, che ha come suo compito principale la gestione e il monitoraggio continuo di tutte le esigenze delle componenti del gioco del calcio. E’ singolare come la FGCI, per bocca del presidente Giancarlo Abete, non abbia detto nessuna parola sull’evidente disagio (ed uso volutamente questa parola eufemistica) che i tifosi stanno avendo verso la Tessera del Tifoso voluta dal Ministero dell’Interno. Come è possibile che il numero uno dello sport del calcio non stia cercando di mediare tra il ministro e i tifosi? Mi vien da pensare che Giancarlo Abete nulla sa degli umori che attraversano coloro senza il quale nulla esisterebbe nel calcio: i tifosi.

D. E’ un po’ duro in questa sua considerazione…

R. No, mi limito solo a registrare dei fatti ai quali sono legate numerose anomalie. Mi chiedo: perché mancare così di rispetto ai tifosi? Sa cosa sono i tanti vituperati ultrà?

D. Credo di averne un’idea…

R. Gli ultrà (tranne, ovviamente, le loro derivazioni più violente) sono i depositari della storia delle loro squadre. Sono loro che tramandano i racconti e le tradizioni che risalgono, in molte situazioni, a quasi un secolo fa. Sono racconti di passione, di colori, di valori. Ha mai visto, in televisione, dove istintivamente i giocatori guardano non appena sbucano dal tunnel che porta sul campo di gioco? Guardano la curva, dove tutto è esplosione di colori e di memoria. Mi lasci dire che questi tifosi, questi ultrà, non meritano di avere la sensazione di essere schedati come dei volgari delinquenti. Questa è gente che fa anche delle grandi opere di volontariato, proprio come tifoserie organizzate. Capisce di cosa stiamo parlando? Io credo che una buona legge, debba per forza partire da valori e criteri condivisi. Non puoi far avere la sensazione al cittadino di subire un’evidente ingiustizia e mancanza di rispetto. Questa sarebbe la morte di qualsiasi forma di affermazione di un diritto. Nemmeno un’esigenza di maggior sicurezza può negare l’affermazione di un diritto.

D. Quindi?

R. Quindi una Carta del Tifoso non può che partire dal tifoso. Sono i tifosi che devono organizzarla, strutturarla, proporne l’utilizzo alle autorità competenti per qualsiasi cosa lo ritengano opportuno: biglietto elettronico compreso. La Carta del Tifoso non deve essere ridotta, come sta succedendo in questi giorni, ad un mero mezzo tecnico di controllo. La Carta del Tifoso deve essere un progetto culturale che investe il mondo del tifo italiano. Che non è fatto, tengo a sottolineare, solo dagli ultrà. E un progetto culturale non può, e questo lo capirebbe anche un bimbo, essere proposto dalle forze dell’ordine. Nonostante io comprenda bene le ansie che il Ministro Maroni e le forze dell’ordine hanno nel gestire ogni domenica l’evento calcio.

D. Dalle sue parole, si sta delineando l’intuizione da dove le è venuta l’idea della sua Carta del Tifoso

R. Infatti. Un’idea viene sempre da un’intuizione. Mi dispiace che molti l’abbiano travisata questa intuizione. Ma mi lasci dire una cosa.

D. Prego.

R. A volte, in questi ultimi giorni, ho pensato di aver perso. Ho ritenuto che avessero preso la mia idea di Carta del Tifoso e l’avessero stravolta, per sempre. Poi ho ragionato e ho capito il grande risultato che comunque ho raggiunto insieme a tutti i tifosi che mi hanno accompagnato in questa avventura. Compresa la Federazione Italiana Sostenitore Squadre di Calcio. La battaglia che ho condotto in tutte le sedi dove ho potuto farlo, ha ottenuto il risultato di preservare i nomi Carta del Tifoso o Tessera del Tifoso. Nessuna squadra di calcio potrà usarli. Questi nomi sono registrati e protetti dalla legge e, come giusto che sia, rimarranno per sempre a disposizione dei tifosi. Solo i tifosi potranno avere, spero un giorno sempre più prossimo, un carta che porti il loro nome nell’intestazione. Fosse stato solo per questo, rifarei tutto quel che ho fatto anche da domani mattina.

D. Noto un senso di tristezza nelle sue parole.

R. Sì, è vero. Penso al grande danno che sta procurando questa tessera del tifoso del Ministero dell’Interno: sta dividendo i tifosi. Le divisioni, qualunque tipo di divisione, arrivano sempre dopo che qualcuno ha avuto molta cura di creare confusione.

D. Si riferisce a qualcuno o qualcosa di preciso?

R. Sicuramente sì. Ma non vorrei qui dare l’impressione di voler gettare facile discredito su qualcuno o qualcosa. Mi limito ad una considerazione, a cui pensavo qualche giorno fa. Il calcio è diventato come Michael Jackson, che forse era “morto” da tempo e aspettava semplicemente un cosiddetto “coraggioso” che gli facesse un’iniezione letale.

D. Un po’ forte come paragone…

R. E’ il paragone che la grave situazione merita. Le sembra normale che molte società di calcio siano fallite, che altre siano sull’orlo del fallimento, che altre ancora siano in mano a delle banche? Per non parlare dei bilanci societari, che sono chiaramente dei porti nelle nebbie. Poi un giorno arriva un tizio che emette una fidejussione falsa, e una società gloriosa fallisce. Perde la sua storia, i suoi sogni, le sue speranze. E questo tizio può far fallire una società di calcio, solo perché ne è il presidente. I tifosi si svegliano un mattino, e trovano i curatori fallimentari davanti agl’armadietti del campo di allenamento della loro squadra del cuore. Rimangono attoniti, sconvolti, arrabbiati. Possiamo fare qualcosa? Si chiedono. Ma dopo qualche istante la risposta diventa scontata e laconica: non possiamo fare niente. Ma è giusto tutto questo? Mi chiedo. Allora, dal giorno dopo, la colpa diventa di tutti e di nessuno. Così succederà quando la tessera del Ministero dell’Interno procurerà ancora più divisioni nel mondo della tifoseria. Mi lasci essere malizioso: a qualcuno forse conviene questo dividi et impera. E non mi riferisco al ministro Maroni, né alle forze dell’ordine.

D. Lei è un fiume in piena, Weatherill.

R. Sono solo amareggiato. Sono anni che lavoro per unire, e si sa quanto sia difficile unire le cose. Poi arriva qualcuno e riesce a distruggere in un attimo quello che faticosamente si è costruito.

D. Ma, ripeto, chi è secondo lei il colpevole?

R. Colpevole è l’ambizione, la voglia di potere. Colpevole è il desiderio di apparire ad ogni costo, di avere posti privilegiati allo stadio. Colpevole è questa voglia di avere a tutti costi una qualunque contiguità con le luci dei riflettori. L’insana voglia di poter dire agl’altri tifosi “io mi sono seduto a cena accanto ad un dirigente di società e al presidente”. La Bibbia dice che ci vuol poco per vendere ciò che ci è più caro per un piatto di lenticchie. I tifosi devono capire che devono ergersi a controparte di queste istituzioni, che hanno portato il calcio ad avere il fiato corto.

D. Cosa ci può dire dei club?

R. I club, sulla vicenda della Carta del Tifoso, hanno raggiunto dei paradossi a dir poco comici. Ho sentito società affermare che vogliono la carta per fidelizzare i loro tifosi. Ma sono matti? I tifosi sono già fidelizzati al loro club! In ogni partita che seguono lo dimostrano! Nemmeno esisterebbero le società se non ci fosse alla base di tutto questa fidelizzazione spontanea dei tifosi ai club per i quali tengono. Ma in quale mondo vivono i dirigenti che fanno queste comiche dichiarazioni?

D. In effetti è un po’ paradossale questa cosa…

R. Sa quale è la realtà? Questi dirigenti di club nemmeno conoscono i loro tifosi. Se ne servono e basta. Non sanno nulla dei bisogni, dei desideri dei tifosi. Ho conosciuto un tifoso milanista di una provincia remota dell’Italia, ormai anziano, che non aveva mai visto una partita a San Siro. Sarebbe stato il suo sogno aver potuto vedere, almeno una volta nella vita, la sua squadra del cuore giocare nel suo palcoscenico. Quasi gli venivano le lacrime agl’occhi mentre me lo raccontava. Non pensa che sarebbe stato bello se per una volta la società Milan si fosse interessata di lui? Se per una volta avesse speso pochi soldi per portarlo a vedere il Milan a San Siro? Ma il Milan, come società, nemmeno sa di queste cose. E come il Milan, tutte le società non sanno. Solo i tifosi sono a conoscenza di queste storie, che sono storie di passione e di amore. Due cose che hanno reso forti e leggendari tutti i “brand” delle squadre di calcio. La mia idea di Carta del Tifoso è sempre stata quella di favorire l’incontro tra tifosi e società. Devono essere i tifosi a organizzarsi, attraverso questo mezzo straordinario che può essere la Carta del Tifoso, per farsi conoscere dalle società. Per partecipare attivamente alla vita della loro squadra del cuore anche a centinaia di chilometri di distanza. Altro che biglietto elettronico e convenzioni per farsi scontare qualche articolo di largo consumo. Stiamo parlando d’amore, vogliamo capirlo o no? E poi stiamo parlando anche di etica.

D. Come, scusi? Etica?

R. L’ho detto in più di un’occasione. La mia idea di carta prevede un codice etico da rispettare, un codice etico che aiuterà a preservare i valori di cui è portatore il gioco del calcio. Valori che, tengo a precisarlo, fanno parte di tutti gli sport. La punizione, come abbiamo visto anche in questi giorni in Inghilterra a proposito di nuovi scontri tra tifoserie, non è mai stata prevenzione. E’ una favola. Ha mai visto nei Paesi dove vige la pena di morte scomparire i crimini? E’ una domanda talmente retorica questa, che anche i bambini ne conoscono la risposta.

D. Cosa ha intenzione di fare ora?

R. Intanto continuerò a cercare di unire i tifosi, specie quelli silenziosi. Quelli che non hanno mai fatto parte di gruppi organizzati. Che sono la maggioranza. Molti di questi mi hanno dato atti di stima commoventi in questi giorni. Molti, addirittura, sono pronti a sottoscrivere la mia Carta del Tifoso, fidandosi ad occhi chiusi del progetto che in essa sarà contenuto. E si fidano perché hanno capito che questa Carta è veramente la loro Carta. Poi cercherò di portare avanti la battaglia in tutte le sedi possibili e immaginabili. E molte tifoserie organizzate sono pronte ad affiancarmi.

D. Lei per chi tifa signor Weatherill?

R. Per il Manchester United! Sa che mi diceva sempre il nostro grande allenatore (e maggiore artefice del mito dei red devils) Matt Busby, indicandomi i tifosi in fila per entrare allo stadio? “Ricordati che il mio stipendio lo pagano loro. Avrò sempre cura di avere rispetto per loro”. Questa lezione di Matt Busby non l’ho più dimenticata.

fabrizio.viscardi@toronews.net

fonte: Toro News

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Contiunuiamo a parlare di Anthony Weatherill e della “sua” tessera del tifoso. Idea rubata e stravolta dal Ministero dell’Interno.

Riportiamo un articolo apparso su un sito di tifosi del Teramo

“La Tessera del Tifoso l’ho portata io in Italia. Nel 2004. Ma il suo contenuto originario è stato stravolto”.

Vi dice niente il nome Anthony Weatherill? No, chiaro. E quello di Matt Busby? Sì, dai. È stato il leggendario allenatore del Manchester United. Roba da libri di scuola (dello sport). Il predecessore di Sir Alex Ferguson nel mito mancuniano. Beh, Busby è stato il padrino di battesimo dell’italobritannico Weatherill: «Indovini per chi tifo?». Non prosegua, please. La risposta è scontata, il motivo dell’incontro è un altro.
Mister Anthony sostiene di avere le carte in regola. Carte, in tutti i sensi. Dice di poter dimostrare che la “Tessera” tanto pubblicizzata in questi ultimi mesi dal Ministro Maroni è solo un clone. Peggio: è un clone sbagliato. Perché non è la soluzione giusta per il mondo del calcio. Ed è profondamente diversa da quella proposta dal figlioccio di Busby: «Per me, dovrebbe essere una carta dei diritti del tifoso» (ESATTAMENTE!). È il 2004, il calcio non ha ancora conosciuto le sue tragedie: Licursi, Raciti, Gabbo. Anthony Weatherill vende servizi. Il suo cliente migliore è la Fissc, la Federazione dei sostenitori delle squadre di calcio.
Weatherill forte dell’esperienza in Francia, dove per nove anni aveva gestito la biglietteria della Ligue 1 e della Ligue 2, si guarda intorno e si accorge che qualcosa non torna.Anzi non c’è. I centri di coordinamento del tifo italiani non navigano nell’oro, sono i più tartassati da decisioni che colpiscono tutti. Indiscriminatamente. Tra cui i loro associati, che sono il motore del calcio. Si pensa ai tifosi solo sotto l’aspetto economico, non hanno voce in capitolo. Non esiste un mezzo, un simbolo che li rappresenti.
Weatherill pensa a una “carta di appartenenza” che sia espressione di una comunità, ben salda e con dei principi, quelli dello sport e della passione sportiva. Uno strumento che diventi, nel tempo, una sorta di piazza virtuale dove tutti possano incontrarsi per dare concretezza alla loro appartenenza ad una stessa fede (calcistica) e, nello stesso tempo, al comune destino di tifoso. La “carta di appartenenza” può essere l’idea giusta, purché contenga, come punto di partenza, tutti i valori ideali in cui si riconosce un tifoso. Una tessera sotto molti aspetti avveniristica. Con un sofisticato chip che in breve tempo sarebbe diventato la memoria storica del tifoso. Serve un modello. Occorre che una tifoseria faccia da apripista. Weatherill sceglie quella del Torino. Perché? «Per la storia comune con il Manchester. Entrambe le società sono state colpite da una tragedia aerea». Per il lancio della “Carta del tifoso granata” vengono fatte le cose in grande. Prima, nel 2004, la promozione sulla rivista “Toro News”. Poi, a inizio 2005 viene indetta una conferenza stampa. Della carta scrivono e parlano tutti: “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, la “Rai”. Proprio in quello stesso periodo nasce il centro di coordinamento del Torino. Per Weatherill è un’ottima notizia. Gli permette di sviluppare una direzione ben precisa del progetto: «La carta granata era amata, perché veniva considerata un simbolo della loro passione per il Toro. Però, allo stesso tempo, mi ero reso conto che questa stessa passione portava i volontari nei centri di coordinamento a fare le due di notte per riportare i nomi dei loro iscritti sui tagliandi per lo stadio. Chiesi allora a Lottomatica
e alle altre società che si occupano di biglietteria in Italia di far sì che con la Carta del Tifoso si potesse entrare dappertutto. Senza più dover compilare nulla». Sembra un’utopia, specie all’epoca: «Nemmeno per sogno. Il meccanismo era facile. Sarebbe bastata una macchinetta in grado di leggere il microchip contactless della nostra carta». Weatherill si muove solo dopo alcuni sondaggi tra i tifosi perché, come ama ricordare, «il cuore della Carta del Tifoso sono i tifosi con le loro esigenze. È bastato chiedere loro quali fossero le questioni a cui tenevano di più». Quello dei biglietti nominativi era solo uno dei problemi. Un altro, per esempio, riguardava l’organizzazione delle trasferte. Questo per farle capire come la mia carta non fosse imposta, ma provenisse dal basso. Dalla base. Dalle richieste dei tifosi stessi». È per questo che, verso la fine del 2006, Weatherill comincia a pensare di dare vita a una sorta di federconsumatori delle curve italiane: «La “Federtifosi”». Non se ne fa più niente, perché in quei giorni la Fissc, la “Federazione italiana sostenitori squadre calcio”, si sta facendo conoscere fra il grande pubblico. L’allora ministro dello Sport Giovanna Melandri la convoca per un forum. Weatherill s’incuriosisce. E ha un’altra idea. Perché non sfruttare la carta per consentire alla Fissc, e così pure ai suoi centri di coordinamento del tifo organizzato, di essere economicamente indipendenti? Ok, ma come? «L’unione fa la forza, realizzando politiche comuni alle esigenze di tutti i tifosi, che
non sono troppo differenti se si tifa Roma piuttosto che Torino. La carta è di proprietà dei tifosi. Solo quando senti una cosa appartenerti, la usi. La vivi. In più, facendo pagare la tessera. Il 90% del ricavato sarebbe andato ai centri, il resto alla Fissc. Naturalmente, parliamo di costi risibilissimi per l’utente». Weatherill fa solo da tramite con la Fissc, che del progetto è entusiasta. Il 7 luglio 2005, proprio il giorno degli attentati a Londra, in un colloquio privato mister Weatherill illustra la sua carta al sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. Che appoggia in tutto e per tutto il progetto. Tanto da suggerirgli di inviare una mail con tutti i documenti all’Osservatorio sulle manifestazioni sportive. Dice Weatherill: «Sono rispettoso delle istituzioni. Pensavo che sarebbe stato giusto mostrare loro cosa avevo in mente e cosa avremmo voluto fare. Speravo in un confronto con il Viminale». Invece, niente. I contenuti delle due tessere, quella della Fissc e quella del Viminale, sono diametralmente opposti (capito? SONO DIAMETRALMENTE OPPOSTI!). Per contenuti tecnici, innanzitutto. Spiega Morelli: «In Italia, ogni tornello monta un sistema di lettura che riconosce un determinato chip RFID. In assenza di direttive chiare, ogni società si è affidata ad un proprio consulente, ad una propria soluzione tecnologica. Il risultato è che il chip montato sui tornelli dell’Olimpico, nello specifico il 14443 A, è differente da quello montato a San Siro, il 15693. Inoltre, in altri stadi ne esiste anche un terzo, il 14443B. Favoloso. Mi domando, allora: se la tessera del Viminale nasce per consentire le trasferte, ma attualmente va bene per l’Olimpico e non per San Siro, un romanista che va a Milano che ci fa con la sua tessera?».
Le strade si dividono per i contenuti – definiamoli così – morali delle due tessere. Per Weatherill e Morelli, la carta del Ministero dell’Interno è un non sense: «Cominciamo con il dire – spiega Weatherill – che i tifosi non sono stati interpellati per sapere come sarebbe dovuta essere. Al Viminale interessava solo fare una summa divisiotra buoni e cattivi. Serviva un’alternativa al biglietto nominativo. Vede, con la loro tessera il sistema riconosce subito chi può entrare allo stadio e chi no. Io mi rifiuto di ragionare così. Di pensare che ogni tifoso sia un potenziale teppista. Mi chiedo perché uno che è stato condannato per un reato da stadio cinque anni prima non possa avere la carta (già: perché per quanto riguarda il calcio siamo in uno Stato di polizia). Dicono: “Così fidelizziamo i tifosi”. Ma che vuol dire? I tifosi sono fedeli dalla nascita alla propria squadra del cuore. Al contrario, noi pensiamo a una carta di appartenenza, che offra anche – e sottolineo “anche” – la possibilità di entrare con più comodità allo stadio. Ma non nasce per quello. E poi non è obbligatoria. Non è che, se non ce l’hai, sei meno tifoso degli altri. Non solo. Affrontiamo il nodo dei dati sensibili. La Carta del Tifoso Srl ha speso un sacco di soldi per dotare la Fissc di un database. Al di fuori della federazione dei tifosi, i nominativi dei titolari delle tessere sarebbero potuti essere controllati solo dalla polizia, qualora ne avesse avuto bisogno. Mentre le società di biglietteria non ne sarebbero mai entrate in possesso. Avrebbero avuto solo i codici». Non è solo un scontro ideologico. Nel 2007 il “figlioccio” di Busby registra marchi e brevetti: il 26 giugno quello per la Tessera del Tifoso, il 18 dicembre quello per la Carta del Tifoso. Poi, cede tutto alla “Carta del tifoso Srl”, che porta avanti il progetto e di cui è responsabile Maurizio Morelli di Popolo, nipote di uno dei fondatori del Toro. Strano? Beh, pensate che il presidente della Carta del Tifoso Srl è Paolo Valentini, nipote del conte Marini Dettina, storico patron della Roma negli anni ’60. Tornando alla questione legale, la Tessera del Tifoso è un marchio registrato. Compass, Banca Intesa e Inter erano state diffidate dal farne uso. Tutto inutile, anche qui. In settimana scatteranno le azioni legali. Weatherill è contrariato: «Se l’avessero chiamata Carta della Lega, non avrei obiettato nulla. Ma chiamarla proprio così, no. Hanno progettato una tessera che non è per i tifosi. Va bene. Ma non la chiamino “Tessera” o “Carta del Tifoso”, perché non possono. Abbiamo spedito le diffide, le hanno ignorate. La vera “Tessera del Tifoso” è dei tifosi, e voglio tutelarla. Costi quel che costi». Weatherill non vuole buttare all’aria il lavoro di anni: «Primo, per la profonda convinzione che una Carta del Tifoso nata sotto l’egida del Ministero dell’Interno non possa funzionare. I tifosi la vedranno sempre come un
tentativo di schedatura. Secondo, perché penso che queste carte finiranno per diventare dei semplici sostitutivi del biglietto nominativo con propaggini verso il mercato del credito a consumo. Questa seconda ragione è quasi peggiore della prima. Così, il tifoso diventa un mero cliente. Un cliente che deve essere spinto a consumare ad ogni costo. Ma il tifoso non è un cliente. Bensì, il testimone di una storia e di una passione».

fonte: contraccolpo.net

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