Il modello inglese visto da vicino da Vincenzo, Ultras bianconero in trasferta a Londra per Chelsea-Juventus. Questo il racconto pubblicato sul suo blog, uno dei più interessanti e aggiornati della blogosfera italiana sul tema ultras.
Avevo davvero tanta voglia di vedere Londra dopo oltre vent’anni di thatcherismo e di thatcherismo senza Thatcher, quella forma subdola di autoritarismo che ha trasformato la vecchia potenza coloniale in un fortino assediato nel quale persino uno sport popolare è diventato palestra per l’esibizione di politiche muscolari. Per Chelsea-Juventus ho deciso di visitare il più importante laboratorio della repressione esistente e, devo dire, le ricerche hanno avuto buon fine, nonostante siano state sovente interrotte dalle doverose visite ai pubs con conseguente versamento di innumerevoli rivoli di birra nel gagarozzo. L’aereoporto low cost è già un presidio militare, agenti con giubbotto anti-proiettile e mitra spianato, controlli asfissianti e ripetuti, una commedia dell’assurdo che testimonia i sensi di colpa di questo gigante imperiale dall’armadio zeppo di scheletri. La città resta sempre straordinaria, viva, veloce, forse troppo per un “campagnìn” come me abituato a ritmi carioca. Il melting pot culturale è incoraggiante, le strade sono un Palazzo di Vetro ambulante, ogni etnia è degnamente rappresentata, gli italiani li riconosci da come guardano i tacchi a spillo vintage e le gambe che su di essi mostrano spesso spettacoli assai edificanti. I pub sono pieni di white collars dal bicchiere sempre pieno, qualcuno ha esagerato e sonnecchia ruminando, a spillare dell’ottima birra sempre fanciulle bellissime. Da ultras si gira per Londra senza difficoltà, la gente ascolta i nostri cori che rimbombano sulla metro platealmente sbalordita dopo che le politiche securitarie lib-lab hanno sciolto nell’acido la controcultura hooligan, relegandola in genere in qualche bel film di Hollywood. Piccadilly diventa un bastione bianconero, i telefonini passano la voce, la grande adunata è questione di minuti. Dal primo pomeriggio nei pressi del Trocadero si animano italiani di ogni dove con la Juve nel cuore, i Tradizione, mentre i Bravi Ragazzi, eroici reduci da 18 ore di pullman, vengono sbarcati direttamente a Stamford Bridge. Alla fine ci saranno tutti, Drughi,Viking e Nucleo. Qualche giornalista non perde occasione per esercitarsi al gioco dell’esecrazione democratica contro gli ultras “neofascisti”, dimenticandosi dell’apologia delle peggiori dittature sudamericane praticata dal loro padrone di Arcore. Entrare in quello stadio mi ha ricordato le mie esercitazioni militari a Cassino, una delle pagine più dramamtiche della mia vita. A parte il corteo di sbirri cavallerizzi, agenti in borghese con scritto sbirro sulla fronte e agenti in divisa appiedati, scorgo un esiguo drappello di Digos subalpini del tutto pleonastici in siffatto dispiegamento di forze armate di cavalleria e fanteria. Vengo perquisito tre volte da tre energumeni di colore che mi palpano persino i testicoli ma non si accorgono che ho due accendini. Gli steward sono tutti neri, i loro capi bianchi. Colto da un attacco di bronchite che mi affligge da giorni sono costretto ad affrontare le strettoie del tornello, un buco metallico che si trasformerebbe in un letto di morte per un cardiopatico medio. Quando riesci a guadagnare il tuo posto, sollecitato da altri energumeni in pettorina che si sentono evidentemente intoccabili, ti viene offerto lo zuccherino della estrema vicinanza al campo di gioco a parziale risarcimento del percorso di guerra affrontato. Non sento di solito particolare emozione nel vedere un maschio in mutande, preferirei una bella donna in topless ma pazienza. Ognuno ha le eiaculazioni che merita. Gli steward gridano, ti toccano, “get down” se hai una videocamera, “sit down” se stai in piedi, poi si portano via un paio di ragazzi che si accendono incautamente una sigaretta e che vengono puniti col divieto di assistere alla partita dopo 18 ore di bus o trecento euro spesi per il ticket. Stamford Bridge ha un pubblico, absit iniuria verbis, di scimmie ammaestrate, voglio dire di spettatori con un compitino preciso da eseguire senza contributi originali. Sembrano tutti uguali, gente da teatro, seduta bene, vestita bene, roba da diabete. Ognuno ha la sua maglietta ufficiale, sciarpa ufficiale, i cori sono rari, “Come on Chelsea”, di tanto in tanto qualcuno di manda a cagare prudentemente, senza che il bidello-steward se ne accorga o che il Grande Fratello lo riprenda, “frame and shame”,filma e sputtana la scheggia impazzita alla recita corale. Io punto un inglese, il più vicino, pelato e simpatico, cerco di esasperarlo con vituperi politici riferiti alla sua “gracious queen” della quale metto in dubbio la fedeltà e il pudore, insinuando dimensioni miniaturizzate del suo organo sessuale ( suo, non dell’androgina sovrana ) e abitudini erotiche inquietanti della donna accanto che sembra sua moglie, poverino. Solo dopo un’ora di tortura psicologica riesco ad estorcergli una minaccia di morte che mi lancia quasi sottovoce proteggendosi la bocca. Allargo le braccia per festeggiare quel raggio di sole beluino che rischiara questa cappa di buonismo snervante. Sic transit gloria mundi, a questo siamo. Lo stadio si riempie solo dei nostri cori, il loro gol viene salutato da un isterico “yeeeessss”, neanche una parolaccia a suggellare un coito, nulla di nulla. Non si può festeggiare con un “si” un orgasmo, c’è il rischi che l’altro/a ci rimanga male o che l’atto si risolva in una fredda pratica notarile. E’ un pubblico frigido, presumibilmente sobrio, a tratti oserei dire astemio. Fuori lo stesso spettacolo, centinaia di cavalli e fantini, fanti su fanti, transenne, telecamere, un’ossessione securitaria degna di migliori cause. Siamo stanchi, stremati, la birra si scioglie in torrenti di piscio senza muri su cui rimbalzare, dio non voglia che qualche telecamera ci inquadri il pistolino, meglio tenere tutto in saccoccia e bivaccare all’aeroporto dove per fumare siamo costretti a battere un area di 2000 mq prima di trovare una smoking area. Bye bye London, see ya soon. Se riuscissimo ad evitare esiti british nel nostro malandato calcio forse non sarebbe male per tutti, anche per gli ultras. Vincenzo
Quando anche negli stadi italiani troveremo la medesima situazione, la domenica noi andremo al mare…

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