Riportiamo una bella intervista ad Enrico Brizzi apparsa su 24oredisport.com :
Abbiamo intercettato in esclusiva per 24oredisport.com Enrico Brizzi, autore del libro cult “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e di molti altri tra i quali il recente “La nostra guerra” (Baldini Castoldi Dalai editore), per parlare di calcio. Sì, perché Enrico, oltre a fare egregiamente il suo lavoro di scrittore, può vantare 15 anni di “militanza” nella curva del Bologna. In questa intervista abbiamo divagato non solo sul Bologna, ma anche sul calcio moderno, sulle curve, passando da Colomba (da figurina a mister) e da Sinisa (è rimasto forse troppo poco) per chiudere con Mourinho (che gli piace molto). Ci ha raccontato di trasferte interminabili, farcite da aneddoti incredibili e della sua partecipazione alla manifestazione contro i rapporti ambigui che la società Bologna palesava con colui che ha inquinato il calcio italiano, Luciano Moggi. “Bologna capitale del calcio pulito” recitava lo striscione che ha portato fino a Roma. E’ infatti da Calciopoli che Enrico in curva non ci va più… Come e quando è nata la tua malattia per il calcio, nello specifico per il Bologna? E’ nata in età tenera. Sono cresciuto, e i miei ci abitano ancora, nella prima fila di case dietro la tribuna del Dall’Ara. C’era la consapevolezza che di fianco a casa andasse in scena qualcosa di molto interessante, da cui soltanto questi muri di mattoni rossi a forma di catino ci tenevano lontani. Poi c’è stato il momento in cui per la prima volta sono entrato nello stadio e ho visto una partita. Era credo la finale di qualche torneo per amatori perché ricordo nettamente che in campo c’era mio zio Franco, che di lavoro fa il medico, e sicuramente non eravamo in serie A. Ebbi la consapevolezza che quel luogo poteva essere abitato e popolato anche non solo da campionissimi. Alcune partite erano contrassegnate da disordini, che non avevano nulla da invidiare a quello che si vedeva in tv ne i guerrieri della notte o film del genere. A volte ricordo me e mio fratello in attesa di andare al cinema una volta finita la partita e sfollato il settore ospiti guardavamo gli scontri come a teatro sul terrazzo con i gomiti appoggiati alla ringhiera. L’aspetto interessante a quell’età era che anche da adulti si sarebbe rimasti uguali, sostanzialmente con gli stessi identici impulsi che avevamo a scuola, di fare bande, andare d’accordo o litigare: l’idea che il gruppo avesse un suo valore oltre i dieci anni sembrava un bel futuro. Anche se certe cose erano un po’ spaventose. Se a scuola c’erano dei codici per cui non ci scappava il morto invece lì vedevi degli adulti che dicevano basta, basta e altri che non smettevano. Poi c’è stata un’età in cui non volevo sapere nulla di calcio perché all’improvviso ero diventato saggio. Mi sembrava che fosse tutto un teatro mosso da un business multimilionario, di industriali per i loro fini pubblicitari. Cosa che in realtà non ho mai smesso di pensare, ma nonostante questo… Ci sei ricaduto A un certo punto è diventato per me molto più importante il concetto di che cosa era la curva che non quello che era la Federcalcio. Un certo tipo di amicizia piuttosto del fatto che la mia squadra arrivasse quarta o retrocessa. C’era nell’ambiente del tifo di curva, non solo nella mia città, in atto qualcosa che veniva chiamato il movimento degli ultras, che avevano delle istanze comuni. Per esempio quella di non essere rappresentati sempre come delle teste di cazzo. Un po’ l’obiettivo di ogni lobby, cercare di non fare la parte dei delinquenti. Molto interessante era confrontare quello che accadeva la domenica e quello che leggevi il lunedì sui giornali. Parlo al passato perché è da due anni che, dopo 15 molto intensi, allo stadio non frequento più. Qual è stato il motivo scatenante? Calciopoli. E i tornelli. Pur non avendo mai fatto il provino per andare al Grande Fratello a un certo punto andare in curva è diventato qualcosa di simile. So di toccare la suscettibilità di qualche milione di persone e quindi bisogna essere misurati sull’argomento. Da un posto in cui mi sentivo libero di fare carnevale con i miei amici mi sono sentito perennemente sotto una telecamera, come se fossi tutto il tempo davanti alla vetrina di un gioielliere con un mattone in mano. Mentre in realtà di solito non era così. Il fatto è che tramite degli striscioni in curva si potevano dire delle cose, curva che era il luogo più potente dove potevano essere detonati dei messaggi, che a volte sono stati anche criminali, altre volte hanno avuto il merito di portare l’attenzione pubblica su dei temi o delle tragedie che altrimenti i giornali avrebbero cancellato. Quello spirito lo sentivo molto vicino. L’idea che uno mettendoci la faccia e il rischio di farlo trovi il coraggio di dire delle cose che altrimenti non hanno un’arena pubblica mi sembra un segno di civiltà e di libertà d’espressione. Mi sembra che questo lo abbiano capito anche coloro che sono preposti al controllo di questa libertà d’espressione non pagante. Anche se il tifoso che va in trasferta ha speso così tanto che dovrebbe essere giustificato ad esporre il cartello che preferisce…Il calcio resta il gioco più bello del mondo e gli stadi sono dei posti molto interessanti dal punto di vista di quello che ci succede dentro e delle storie che vi si raccontano. Le storie più interessanti le ho sicuramente sentite e raccontate durante delle trasferte molto lunghe. Per andare a vedere Reggina-Bologna sono 14 ore in treno, per andare a vedere Galatasaray a Istanbul è meglio se fai testamento prima di partire. Eravamo in dieci, abbiamo le foto nella piazza dove la settimana dopo hanno ucciso un tifoso dell’Arsenal. Era il periodo della tensione tra Italia e Turchia: Galatasaray-Bologna, vuoi non andare? Tempo di scendere uno di questi urla Abdullah Ocalan. Si gela tutto l’aeroporto arriva un marcantonio in borghese che ci dice se voi urlate queste cose vi ammazzano. Situazioni fuori dai confini. In Everton-Chelsea siamo stati quasi linciati in curva. Ci sono curve che non hanno piacere che ci vada gente da fuori. Ero con due miei amici a vedere la partita, quando Rooney giocava ancora nell’Everton. Un tizio ci ha indicato e ha iniziato a gridare: three fucking turist! Si alzano un po’ di persone e quindi ci inventiamo che siamo i cugini di Zola. Gli spiego tutto con calma. E’ stata una di quelle occasioni in cui torni a casa più alto o più basso di dieci centimetri. Comunque se non vado più allo stadio è anche perché ho tre figlie. Andavo sempre in curva, non mi piace vedere la partita da altri posti. Io odio quelli che vanno in giro con la sciarpa nelle città non della propria squadra. Sono dei messaggi che si percepiscono come provocazioni e credo tuttora che siano delle provocazioni. Di questi tempi farsi notare come tifoso non è particolarmente necessario. Tornando a Calciopoli… Ero quest’estate in piazza con un sacco di gente vecchia e nuova della curva del Bologna in una manifestazione contro la presenza di Moggi nella squadra che ha danneggiato più di tutte. I Menarini hanno sempre avuto una posizione molto ambigua con dichiarazioni per le quali Moggi non è il demonio, è una persona che sa di calcio e può aiutare. Mentre il vecchio presidente Gazzoni, che ci ha portato dei risultati che l’attuale presidenza non ha avuto ancora il piacere di dimostrare, si è trovato coinvolto in un processo e a pagare dei danni ingenti oltre a quelli sportivi che ha pagato tutta la città con una retrocessione quantomeno poco limpida. Sono stato fiero di andare a Roma con uno striscione “Bologna capitale del calcio pulito”. Mi interessa più questo della serie A o della serie B. Oggi in Italia ci sono tre squadre che possono vincere, le altre fanno la fila e se raggiungono la salvezza è già un bel risultato. Il business del calcio oggi è quello che vede le dirigenze di calcio, dai top club a quelli della promozione, interessate all’edilizia e alla costruzione di stadi. Secondo te Moggi sarà assolto in tribunale? Non parlo né degli arbitraggi né della magistratura. Sono loro che ci devono fare sapere qualcosa. Sul fatto che abbia inquinato moralmente una parte importante della storia del calcio italiano non ci sono dubbi. Il dubbio deve essere: era da solo, era in compagnia? Era il peggiore di tutti o il vice peggiore? Questo lo deve stabilire chi si è letto migliaia di pagine di atti. Sul fatto che non abbia fatto bene al calcio italiano credo di poterlo dire già da ora. Tra gli allenatori che si sono recentemente seduti sulla panchina del Bologna c’è qualcuno che ti è rimasto impresso o avresti tenuto per più tempo? Colomba ti piace? Ha portato la maglia della squadra, l’attaccavo come figurina sull’album Panini. In città è arrivato accompagnato da voci controverse, per la contrapposizione che c’è dentro la società. Devi rimettere insieme come un puzzle le sparate a mezzo stampa. Essenzialmente sta accadendo che la società non è nelle redini di una persona sola, ma di più gruppi di potere. Uno sente la stessa lealtà per la maglia quando vede passare Colomba da figurina a mister. Siamo in piena celebrazione del centenario. Settimana prossima ci sarà questa lettura di scrittori bolognesi dedicati al Bologna. A un certo punto c’è una fede che va oltre la presidenza. A me è piaciuto molto Sinisa perché è arrivato in un momento di confusione dentro lo spogliatoio con la credibilità del calciatore top, che gli altri rispettano e forse la sua avventura a Bologna è stata troppo breve rispetto ai meriti reali. Le stagioni in cui cambi tre allenatori ti possono andare bene se hai fortuna solo all’ultima giornata. In Italia si cambia troppo. Ammiriamo l’Arsenal e Wenger, ma uno deve essere lasciato in condizioni di lavorare e costruire una squadra in anni. Se basta il tiramento di culo dell’ultimo acquisto un gradino più prestigioso degli altri per fare il vuoto intorno al mister tanto vale che i giocatori si allenino da soli con un preparatore atletico. Mourinho ti piace? Sinceramente sì. Perché ci sono troppi allenatori che rispondono che loro non sono abituati a contestare l’arbitraggio, però oggi abbiamo subito forse un gol non giusto. E troppi giocatori che sono d’accordo con il mister che sperano di essere notati in azzurro e che sono disposti a giocare in qualsiasi ruolo, salvo poi fare due palle così ai giornalisti della propria città appena vengono usati dieci metri fuori dalla piastrella preferita. Penso che i procuratori parlino troppo con i giornalisti e viceversa. Non mi auguro per i calciatori tempi di schiavitù però così è troppo. Il calcio è un gioco che si gioca in undici, con titolari, panchinari e altri che arrivano dalla primavera. Se non è così non si riesce a creare un ciclo. A meno che una squadra non riesca ad avere un vantaggio economico per il quale può solo perdere lo scudetto e anno dopo anno dà la paga a tutte. Se parliamo della stessa squadra, vincere la Champions è un altro paio di maniche. Ci tengo a dirlo, ho la tessera dell’Inter club di Barzio (Valsassina), fatta a sei anni, quando ci andavo in vacanza. Avevo questa seconda vita lombarda in cui tifavo Inter e sulla mia tessera avevo la foto di Graziano Bini, mio idolo insieme a Beppe Bergomi., Ho sempre giocato in difesa, io. Ho ben presente l’Inter degli anni’80, a cui volevo molto bene rispetto a questa. Credo sia difficile comunque, se ti piace il calcio, non considerarla uno squadrone. Ci consigli un libro sul calcio? Te ne dico due. Sul calcio sono un appassionato di Soriano e lo cito perché Nick Hornby te l’avranno detto tutti. Mi piace l’idea di un calcio lontano, che si declina in Sudamerica, in lande lontane dall’urbanizzazione. E sul tifo un ottimo libro pubblicato da Baldini Castoldi Dalai che si chiama “Congratulazioni! Hai appena incontrato la I.C.F.” Perché il tifo ha una sua epica ed è come se ai tempi degli antichi greci avessi potuto sentire l’intervista Aiace o Ettore racconta, i miti che ti raccontano come è andata dal loro punto di vista.